07/02/2011

PIERLUIGI CASALINO L'Uomo Futurista e il Sogno del Futuro

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PIERLUIGI CASALINO

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   L' UOMO FUTURISTA E IL SOGNO DEL FUTURO

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programma: Nota sull'autore 1. L'eredita' del futurismo (20 2 2009) 2. Se il futuro ha un futuro 3. Sanremo futurista 4. Il secolo del futurismo 5. Valentine de Saint-point: la superdonna futurista 6. L’uragano futurista 7. Rhomboide:la musica futurista 8. Futurismo:non solo dragoni e chimere 9. Apollinaire a colori 10. Averroe' e l'immaginazione al potere protofuturista 11. Il futurismo a Parigi 12. L’avanguardia russa nella collezione Costakis 13. Icaro primo futurista? 14. William Blake nei tempi postfuturisti 15. La linguistica cosmica di Pavel Florenskij 16. L'arte della luce dopo l'elettricita' futurista 17. Arthasastra - un’opera futurista 18. Jules Verne genio futurista 19. Speranze in blu: tra Balla, Quenau e Calvino 20. L'ombra fluorescente pre-post futurista 21. Edgard Allan Poe e la poetica cosmica 22. La politica futurista 23. La guerra-festa futurista come archetipo 24. Arte oggi: dopo Boccioni, Duchamp e Cattelan 25. Elettriche postpoesie : tra Corrado Govoni e Vula 26. Il futurismo di Emilio Salgari 27. L'automobile da corsa - Montecarlo e il suo rally 28. Manager d'arte? da Marinetti a Aime' Maeght 29. Il significato del futurismo *nota di Roberto Guerra

Nota sull'autore :

CASALINO PIERLUIGI, nato a Laigueglia (SV) il 29.06.1949, ha viaggiato in Europa e nel Mondo Arabo, ha scritto di affari internazionali, ha trattato argomenti diversi dalla critica musicale a quella letteraria, artistica, filosofica e storica. Saggista e commentatore, creativo e poeta, studioso dell’immagine e della rappresentazione della realtà. Ha scritto su “L’Europa”, su “Il Letimbro” e su altre riviste. Affronta temi vari su “in poche righe” e sul “Blog di Ennepilibri”, su “Asino rosso”e su “Riviera 24”. Su “Imperia News Magazine” cura la rubrica “Conoscere l’Islam”. Un’antologia di tali note sarà pubblicato su “Il chiaro di ½ luna”. Ha pubblicato “IL TEMPO E LA MEMORIA” (TIME AND MEMORY), che descrive le vicende del padre Casalino Michele, sottufficiale dei Carabinieri, durante la Seconda Guerra Mondiale. Sulla figura del padre e sulle sue narrazioni e confidenze Casalino Pierluigi ha dedicato numerosi interventi. Si è occupato del Futurismo durante le celebrazioni del centenario della pubblicazione del Manifesto di Marinetti, oltre che del messaggio del pittore inglese William Blake. Si è interessato anche di enogastronomia (l’antica ricetta del ligusticum, il condimento di zucca e altri su “in poche righe”). Ha recensito libri di autori locali e nazionali, come “Il potere e chi lo detiene” del Professor D’Ambrosio, ma anche l’arte di musicisti e di poeti. Particolarmente interessanti gli articoli su Seneca e gli intellettuali e il potere, l’elogio del silenzio, i già citati l’antica ricetta del Ligusticum, il condimento di zucca e simili, illustrando il mitico e fantastico imperiese “la maschera di ferro”, dal mito al logos, Apuleio e l’immagine del mondo ed altri ancora sull’autore latino, su Rutilio Namaziano, su Franz Kafka, su Shakespeare, su Dante Alighieri e su Dante Alighieri e l’Islam e altri ancora, pubblicati da “in poche righe” (rintracciabili negli archivi di “in poche righe” quelli relativi al periodo che va dall’ottobre 2007 al dicembre 2008). Vive e lavora ad Imperia.

http://casalinopierluigi.bloog.it/

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1. L'EREDITA' DEL FUTURISMO

(20 2 2009)



Il 20 febbraio 1909, con l’apparizione sul quotidiano francese Le Figaro del Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti, nasceva il Futurismo. Avanguardia dalla vocazione totale e rivoluzionaria, il Futurismo si affacciava nel panorama culturale e artistico d’Europa con la sua prorompente carica esplosiva e trasgressiva, al punto da investire ambienti anche diversi e opposti con il medesimo slancio “vitalistico”. Percepito come un’estetica del movimento e del dinamismo fino a quando le dittature tra le due guerre, compresa quella staliniana, imposero il silenzio alla fantasia.

L’idea modernista, tormentata e creativa, affascinò con la sua capacità di interpretare il progresso come la levatrice della storia, cui non è estranea una ricerca ossessiva e violenta della rottura con il passato e il presente. Sensibili al fascino futurista, nel segno di una voluttà scandalistica e anticonformista furono numerosi personaggi del tempo.

Da Lenin a Gramsci, che ne coglievano la spinta antiborghese, allo stesso sfortunato vate incompreso della rivoluzione sovietica Majakovsky, alla modella Valentine de Saint-Point, che fu amante di Martinetti e proclamò un Manifesto futurista della lussuria, nel nome della libertà della donna, se non addirittura di un vampirismo femminile dissacrante e dominatore.

Fenomeno, che a torto fu definito solo italiano, il Futurismo cavalcò l’onda dell’innovazione militante a ogni costo, nella prospettiva cosmopolita e “iconoclasta” di coinvolgere energie e intelletti di ispirazioni lontane tra loro.

L’idolatria della giovinezza senza limiti, la sensuale e insofferente ribellione a un mondo ritenuto al tramonto, da rigenerare e da inventare, furono le parole d’ordine di una filosofia sfrenata e provocatoria del mutamento e della velocità. In tale atmosfera si afferma la fede nella religione delle macchine, la sola in grado di aprire un capitolo nuovo della storia dell’umanità. Quello della civiltà del futuro.

L’influenza delle idee futuriste e moderniste si allungò in ogni settore sociale, conquistando spazi finora inesplorati, come quelli della moda, della nascente pubblicità e della tecnica, ma anche rivisitando le dimensioni tradizionali dell’espressione. Musica, teatro, poesia e arte ne furono contagiate, rilanciandone gli aspetti stupefacenti, quasi un riecheggiare certi pirotecnici esercizi manieristici di altre epoche.

Il quadro si ampliò, fino a comprendere, con intento “antipassatista”, le tradizioni gastronomiche e le sperimentazioni cromatiche degli spazi nell’arredamento e nella visione urbanistica.

Il Futurismo fu anche all’origine di simbolismi e di sincretismi, come quello di René Guénon, che approfondì la portata universale dell’esoterismo dantesco. Il lascito del futurismo e dei suoi profeti, da Marinetti a Balla, a Boccioni, a Serafini e ai numerosi epigoni nel tempo non si è esaurito.

Un momento di particolare rilancio del movimento futurista, con le sue articolate versioni si ebbe nei favolosi anni sessanta, tra rivolta fiorita e intuizioni asimmetriche, tra fiducia nell’avvenire e avanguardia di stili. Un messaggio coraggioso e critico, troppo presto vittima del suo appesantirsi su se stesso.

*20.02.2009

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2. SE IL FUTURO HA UN FUTURO



Il Futurismo ha lasciato una traccia. Non solo nello slancio verso un avvenire senza confini e senza limiti intellettuali e creativi. Ma anche rinnovando una riflessione su un futuro non devastante, ma in grado dare forma, suono e dinamismo all’anima del progresso. Il futuro ha, dunque, un futuro? La domanda ha del paradossale, ma nasconde una grande verità. E’ una domanda da futuristi o da nuovi futuristi, non da futuristi pentiti, ma più consapevoli.

Da sempre il futuro si fonda sul passato. Il passato costruisce il futuro. Una mappa creata da intuizioni, previsioni, progetti, disegni e racconti. Spesso si tratta di occasioni mancate. Ma più frequenti sono i tentativi riusciti di formulare un’ipotesi realizzabile. In altri termini il futuro esiste nel modo in cui lo si racconta. Il futuro è aurorale, non ha un “prima”, né un “poi”.

Esiste quindi un rapporto tra il futuro e il suo immaginarlo. Come si investiga su una questione così apparentemente astratta, sfuggente e suggestiva? La risposta è altrettanto intrigante e incerta. Il futuro è legato all’idea di cambiamento. O per lo meno era così fino a ieri. Anche oggi il futuro, si fa per dire, è cambiato. Esiste ancora il futuro, allora? In ogni caso ne resta il bisogno.

Senza futuro non si vive, perché solo con il presente si esaurirebbe l’esperienza dell’uomo, nella misura in cui questa abbia un avvenire. E talvolta sembra che le cose stiano proprio in questi termini. La generale crisi del nostro mondo, dall’ambiente all’economia, dalle relazioni internazionali alla scienza, alla tecnologia, pone un’inesauribile serie di domande. L’idea di progresso, faustiana concezione che ha mostrato i suoi drammatici limiti, si è appannata. Nemmeno la fantasia può anticipare e proporre una seria descrizione del futuro.

Oggi più di ieri, il futuro è incerto, al punto da decretarne la fine. Prospettiva quest’ultima di straordinario significato, nel momento in cui al futuro sembra sostituirsi un certo cattivo passato. Il racconto del futuro non prescinde, pertanto, da una rilettura della storia dell’uomo e da una riconsiderazione delle sue aspirazioni profonde. L’alienazione dell’uomo non porta al nuovo, ma ripiega la coscienza su stessa, non la apre alla speranza.

Un tempo si parlava di “ottimismo dell’intelligenza”, per confortare il cammino della civiltà. Il senso della vicenda millenaria dell’uomo va smarrendosi in una sorta di oscura visione di impotenza.

Il futuro non sarà, quindi, ciò che accadrà, ma la conseguenza del nostro immaginare. E soltanto se immaginare sarà una condizione di libertà. E senza la libertà del pensiero, è inutile anche immaginare il futuro. Anche per tale ragione il futuro rischia di esaurirsi. E con esso i nostri sogni. Per tale ragione c’è bisogno ancora di futurismo.

*30.01.2009

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3. SANREMO FUTURISTA



All’apice degli Anni Sessanta, Sanremo e il suo Festival ebbero l’occasione di esprimere qualcosa di nuovo, interpretando la propria vocazione artistica e creativa. Sensibile al “fascino futurista” di quell’epoca irripetibile, Sanremo cercò di esaltare estetica e giovinezza nella sua inconfondibile cornice di fiori, di colori e di suoni. Un’esperienza di livello assoluto, nazionale ed internazionale. Voluttà scandalistiche e anticonformiste, ma anche fantasie e ansie romantiche, che rivisitarono le vie tradizionali della moda, dell’espressione e del costume sociale, sotto la pioggia di polvere di stelle della fine degli Anni Cinquanta.

Si celebrava l’avventura dell’italiano nel mondo, di cui si torna solo oggi a gustarne la memoria, con la riscoperta del motivo di “Meraviglioso”. Una sfida provocatoria, audace, troppo presto venuta meno, a causa dell’appesantirsi su se stessa. Tutto sembrò scivolare in un calderone di fanatismi ideologici e canori di cartapesta e grotteschi. Le ragioni del messaggio inventivo di quei giorni si smarrirono. Lo slancio della proposta “futurista” della città dei fiori perse smalto, arretrando in un mix di innovazione conservatrice e di caricatura estetica.

La fosca querelle intorno al caso Tenco sancì l’inizio di una lunga e argentea parabola discendente di Sanremo, nonostante i ripetuti tentativi di farne risorgere fasti. Non per questo il mito tramontò, se pur tra ripetute e stanche recite bizantine di attori e di scenografi improvvisati, non sempre all’altezza del compito. Riappropriarsi dell’antico sogno, della sua portata universale, rilanciandone lo spirito un po’ provato, riassaporandone l’atmosfera.

Una difficile sfida? Forse no. Una scommessa per Sanremo e per l’Italia. Bisogna crederci. Già da questo 2009, che ripropone, dopo un secolo, l’eredità del Movimento di Marinetti. Grazie al contributo della moderna civiltà delle immagini.

*11.03.2009

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4. IL SECOLO DEL FUTURISMO



Si sono aperte dall’inizio dell’anno le manifestazioni per celebrare ilcentenario del Futurismo, l’avanguardia italiana madre di tutte le avanguardie.

Cuore e motore del modernismo, tra la gioia di vivere, la trasgressione e l’annuncio audace della civiltà del delle macchine, è stato il principio animatore di tutte le rivoluzioni di segno diverso e spesso contrastante. Emblematico e tragico è in proposito il dipinto di Balla del 1916 sulla Grande Guerra.

Tra le mostre più importanti in Italia quella di Rovereto, delle Scuderie del Quirinale e di Palazzo Reale a Milano. Quest’ultima città fu il centro di irradiazione del movimento, che in vent’anni di propaganda influenzò moda, linguaggio, poesia, arte plastica, musica, teatro, architettura e nella corsa per la velocità concepì la smaterializzazione dell’opera d’arte che doveva racchiudere l’universo. La ricerca forsennata e il trionfo del movimento, con le sue luci e le sue ombre.

*13.03.2009


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5. VALENTINE de SANT-POINT: LA SUPERDONNA FUTURISTA



Valentine de Saint-Point (1875-1953) fu personaggio originalissimo. Provocatrice, avanguardista e femminista, ma anche il suo contrario, Valentine sfuggiva a ogni definizione, in costante confronto con esperienze diverse e burrascose, che finivano per lasciarla insoddisfatta. Nipote del poeta Lamartine, Valentine si sforzava di apparire un angelo decaduto.

Bella e seducente, passò da un matrimonio precoce e traumatizzante con uno squilibrato ad altra unione, non meno desolante, con una persona giudicata troppo normale: l’insignificante uomo politico Charles Dumont. Dietro l’immagine aggressiva da virago trasgressiva e insaziabile, tuttavia, si celava una grande bontà d’animo.

Non interessata al successo, avida di sensazioni forti e dissacranti, Valentine godeva nel concedersi o nel negarsi, incendiando gli animi, posando anche come modella, per un pittore, probabilmente suo amante. Maliarda, amante della vita audace e dissipata, in cerca di sentimenti tenebrosi e perversi, appassionata di aviazione e di scherma, non amava gli uomini e non era amata dalle donne.

L’incontro con Marinetti, il fondatore del Futurismo, nel 1909, cambiò la sua vita. Divenne amante e allieva del vate modernista, convertendosi lei stessa alla religione del movimento e dello slancio vitalistico.

La relazione tra i due fu travolgente e comunque difficile e tormentata. Inneggiando al Futurismo, Valentine lanciò nel 1912 il Manifesto della donna futurista e l’anno dopo l’ancor più scandaloso manifesto della lussuria. Ebbra di sensualità e di idee forti, carnali, odiava la massa e prediligeva le élites. La spregiudicata ondata futurista avrebbe, secondo Valentine, aperto la via dell’emancipazione femminile.

E l’erotismo ne sarebbe stata la condizione essenziale di evoluzione. In questo quadro, la donna avrebbe ritrovato la propria natura istintiva e dominatrice. Il contrasto con la misoginia di Martinetti, tuttavia, esplose con tutta la sua evidenza, quando Valentine con un clamoroso voltafaccia si unì alle manifestazioni delle “suffraggette” inglesi.

Convinta, al pari di Nietzsche, che il mondo non si divida tra uomini e donne, ma tra forti e deboli, si allontanò dal Futurismo, senza però rinnegarne il carattere e l’impostazione rivoluzionaria. Creò, poi, un nuovo tipo di danza, la Métachorie, ispirandola a concetti astratti, decisamente moderni. L’influenza futurista non venne meno anche in quel caso, riconducendone l’esperienza a un’autentica pantomima, simbolo e richiamo della musica.

Nel solco del Futurismo, Valentine sognava il sincretismo delle arti e dell’intelligenza. Ritiratasi in Corsica, lavorò al progetto di un centro internazionale di cultura, segnato dalla sua stessa eccentricità e del suo stile di vita. Si trasferì in Egitto, dove abbracciò l’Islam. Entrò a far parte del circolo esoterico di Guénon, assumendo un nome della tradizione musulmana: Nour el Dine.  Nome che conserverà fino alla morte, avvenuta nell’oblio generale e nella solitudine.

*13.03.2009

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6. L’URAGANO FUTURISTA



Fu un autentico uragano, che travolse ogni settore della società dell’epoca. Tutto passò al filtro della ventata futurista, avviata con la pubblicazione, nel 1909, su “Il Figaro” di Parigi del Manifesto di Marinetti. Si trattava di un documento poliedrico e trasgressivo, che inneggiava a un nuovo modo di vivere e di creare, di vedere il mondo e di cambiarlo. I primi programmi futuristi videro la luce nell’abitazione del fondatore, in via Senato, 2, a Milano.

L’evento finì per lasciare un segno profondo tra le correnti artistiche e di pensiero dei primi decenni del Novecento e rappresentò certamente uno dei fenomeni culturali più importanti del XX secolo. Da un’atmosfera di idee ancora confuse e caotiche si sprigionò una fiammata, che ancora oggi resiste alle mode, “Il Futurismo”.

Si trattava della rappresentazione e dell’imitazione delle movenze e dello spirito della corsa sfrenata della macchina, attraverso parole, voci e manifestazioni taglienti come lame. Un travolgente, audace e distruttivo avanzare, nel nome della libertà, verso le terre sconosciute e affascinanti della modernità. Gli esponenti del futurismo interpretavano, con smisurata passione, nelle espressioni del loro linguaggio, la civiltà delle macchine, promuovendone l’esplosione dirompente.

La rivoluzione futurista tagliava il cordone ombelicale del vecchio mondo, nella prospettiva struggente e determinata di cambiarlo. Al romanticismo sentimentale del chiaro di luna, “passatista” e assonnato, gli eccitati vati futuristi preferivano la luce elettrica e il moto forsennato dei suoni e delle immagini della società del tempo. Un mix faustiano e fanatico di idolatria del progresso in cui tuffarsi senza indugio.

Il 2009 sarà cadenzato da una lunga serie di appuntamenti dedicati al movimento futurista. In Italia e all’estero fioriranno numerose le iniziative, volte a ricordare, approfondire e rivisitarne il lascito. Il filo conduttore dell’avanguardia verrà individuato nelle esperienze di artisti francesi, tedeschi, russi, recuperando il senso comune delle loro opere. Fotografie, cataloghi d’epoca, riviste e scritti, esempi significativi di “parolibere”, sperimentazioni letterarie, dipinti disegni, creazioni di nature scomposte e inquietanti, nel segno della rottura con l’antico.

Da Parigi a Londra, da Milano a Roma, a Rovereto grande risalto sarà dato al rapporto tra velocità e dinamismo, nella ricerca di uno scenario di ampio respiro. Concetti che si diffusero in ambito internazionale, trasformando il lessico dell’arte in una concezione moderna dell’umanità e della scienza.

*25.03.2009


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7. RHOMBOIDE: LA MUSICA FUTURISTA

Chi ricorda gli “Intonarumori”?

Era il momento ebbro dell’orgia di rumori e di vibrazioni della prima ora modernista.

In prima mondiale al Kaaitheater di Bruxelles è arrivato, nel mese di febbraio, “Rhomboide”, una produzione multimediale del gruppo milanese Uovo, che rielabora la dissacrante estetica futurista della musica e del teatro.

Suoni, colori, odori vengono trasformati e trasfigurati, creando flussi di immagini digitali e di musica elettronica.

Un recupero dell’autentico spirito futurista.

Come nel più grande sogno dell’avventura modernista di quel movimento di rottura in cui il teatro vorrà e saprà esaltare i suoi spettatori.

L’associazione milanese rilancia in terra fiamminga il messaggio originario di Marinetti e dei suoi epigoni nell’anno che se ne celebrano le gesta irripetibili.

*25.03.2009

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8. FUTURISMO:NON SOLO DRAGONI E CHIMERE

 

Conoscete il club inesauribile dei cacciatori dello strano? Il futurismo mai morto appartiene a tale club esclusivo e magico. Questo magnifico album dello straordinario e dell’immaginario popone da sempre alla nostra curiosità i quaderni delle spedizioni della mente. Una ricerca del fantastico e dell’ignoto nei percorsi dell’astrazione e dell’illusione, regno invisibile, indefinibile, certamente irrinunciabile. Risultati evocativi e poetici di grande effetto, un itinerario verso nuovi incontri, oltre la dimensione del reale.

La ricerca dell’irreale, che non è poi tale, ma che costituisce in fondo la radice autentica del reale. Sogni e rappresentazioni del virtuale e dell’immaginato si trasformano nella base concreta delle nostre convinzioni. Protagora già prefigurava in tempi lontani i sentieri della coscienza. L’uomo – diceva l’antico sofista – è la misura di tutte le cose, di quelle che sono, in quanto sono, ma anche di quelle che non sono, in quanto ancora non sono.

Ecco la ragion d’essere del nostro fantasticare e, perché no, del nostro creare. Non è forse la realtà una proiezione del possibile? Serpenti di mare, dragoni, chimere, fenici, liocorni e altre mitiche figure dell’eterna favola dei labirinti del pensiero si ritrovano tra gli spicchi del frutto dell’intelligenza. Disegni e fotografie di un mondo che ci auguriamo resti ancora l’unica speranza per sopravvivere al piatto conformismo di un senso comune senza senso.

Il significato autentico del futurismo è quello della ricerca dell’avvenire, del suo costruirlo, del suo prefigurarlo, del suo inventarlo. Il futuro nella sua dinamica, inesauribile sete di spazi senza fine, anticipo di civiltà ancora lontane da noi nel tempo. L’homo novus del futurismo è e sarà protagonista di quell’epoca.

*27.03.2009

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9. APOLLINAIRE A COLORI



E’ l’estate del 1914. Guillaulme Apollinaire, influenzato dal futurismo e dal cubismo, lancia una sottoscrizione per far circolare, in numero limitato, un insieme di “ideogrammi lirici e colorati” dal titolo “Anch’io sono un pittore”. Questa originale pubblicazione nel dicembre dello stesso anno inaugura le attività editoriali delle “Soirées de Paris”, rivista di cui il poeta assumerà la direzione qualche mese più tardi.

La guerra impedisce la realizzazione del progetto, ma finisce per assicurare ad esso altre e più ampie prospettive. Al termine di quel terribile conflitto, il successo è sancito dalla celebre raccolta di poesie della pace e della guerra “Calligrammes”, che vede la luce nell’aprile del 1918, qualche mese prima della morte dello stesso Apollinaire, il 9 novembre. A 90 anni dalla scomparsa del poeta, Claude Debon, uno dei migliori interpreti dell’arte di Apollinaire, ne ripropone il messaggio audace e moderno, rivisitando la sua volontà di rappresentare la realtà in ogni modo.

“Si può essere poeti – dice Apollinaire nel 1917 – in ogni campo”. Visi, bestiari e paesaggi scorrono senza fine. Ferito alla testa da un obice nel marzo del 1916, viene ricoverato in un ospedale di Parigi. In quel luogo di dolori si dedica a lavori di acquerello e di pastello. “La grande forza del desiderio” definisce questa sua vena creativa. Ritratti o autoritratti si susseguono in una ricerca estetica estrema e modernista, tra colori e cromatismi inesauribili. Debon li riproduce, riprendendo forme e immagini di un universo variegato e aperto. Minuscoli ideogrammi di rango apparentemente inferiore all’opera maggiore.

Nel piccolo “carnet de tir”, che il cannoniere Apollinaire compone nel 1915, l’amore si associa con la guerra, in una deridente protezione contro il rumore della mitraglia. Masse rosse e inquietanti accompagnano i versi. Apollinaire è uomo di desideri, di tutti i desideri.  “Non tappatevi le orecchie, non ne vale la pena” ripete il poeta in un delirio di sensazioni e di impressioni, che continua a tradurre in disegni e colori fino all’ultimo istante di vita.

*07.04.2009

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10. AVERROE' E L'IMMAGINAZIONE AL POTERE PROTOFUTURISTA



L’Immaginazione è alla radice della conoscenza. La scoperta non è di oggi, ma risale all’alba dell’uomo. Chi pensa immagina e conosce. Chi pensa, dunque? Prima ancora che la filosofia apprendesse le ragioni dell’Io, cioè che l’Io è il soggetto di ogni pensiero, Averroè (l’Ibn Rushd degli Arabi), pensatore arabo andaluso del XII secolo, aveva risolto, a suo modo, questo enigma antico ed affascinante.

Una soluzione che fa testo. Non vi sono, secondo il filosofo, tante menti quanti sono le singole persone umane, ma una sola e unica mente per tutti gli uomini che sono vissuti, che vivono e che vivranno. Ogni uomo, quindi, si congiunge con questa mente, la cui natura è in potenza, attraverso i propri fantasmi, ciò che riesce ad immaginare. E a conoscere.

Questa mente non è che il luogo principe in cui tutte le immaginazioni umane diventano finalmente trasparenti, comprensibili, attingibili. L’averroismo che non ha mai smesso di esercitare il suo straordinario fascino, da S.Tommaso d’Aquino a Dante, a numerosi altri tra storici e filosofi, ma anche di suscitare condanne aspre, forse le più violente dell’interminabile vicenda del pensiero umano, assume un rilievo senza pari.

Averroè ha elaborato la prima grande filosofia dell’immaginazione che la modernità abbia prodotto. Una finestra aperta sulla reale conoscenza.

* 15.4.2009

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11. IL FUTURISMO A PARIGI



Il Futurismo è un movimento artistico fondato nel 1909 dal poeta italiano Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), che pubblica il suo primo manifesto il 20 febbraio di quell’anno sul quotidiano francese “Le Figaro”. Riunendo essenzialmente autori italiani, il Futurismo si vota all’esaltazione della modernità, invocando una rivoluzione totale. Nel segno della rottura con ogni forma del passato, il Futurismo tende a ricreare, se non a reinventare poesia, pittura, scultura, architettura, tipografia, danza, musica, cinema e persino moda.

Dal 1909 al 1914 i suoi proclami, i suoi scritti, le sue serate affollate da protagonista e le sue esibizioni  accrescono la reputazione di agitatore e di polemista appassionato di Marinetti. La sua fama si diffonde in Francia, in Russia, in Germania, in Gran Bretagna. Nel 1918 l’artista si ripiega sull’Italia, lasciandosi coinvolgere dal fascismo, nel nome del culto della vitalità e della velocità, di un’italianità nuova e moderna. Per tutte queste ragioni, Marinetti rappresenta uno dei momenti fondamentali della storia  dell’arte del XX secolo.

Un contributo di rilievo al ricordo della figura di uomo e di artista di Marinetti, in occasione del centenario di pubblicazione di quel celebre manifesto, è stata la mostra dedicata da Centro Pompidou di Parigi, tenutasi nell’istituzione parigina fino al 26 gennaio 2009. L’evento ha reso omaggio a un fenomeno culturale, che, avendo visto la luce proprio in Francia, è ancora da quelle parti scarsamente conosciuto.

Per un incomprensibile atteggiamento, peraltro, la lodevole ambizione degli organizzatori dell’evento di illustrare il movimento futurista si scontra con le poche opere presentate al pubblico e alla critica nella circostanza. Le tele di Boccioni, di Carrà, di Severini e di Balla proposte al centro Pompidou non mancavano certo di suggestione “futurista”. Si è trattato tuttavia della minima parte di un ricco filone culturale, che, per vocazione, vuole essere un’idea totale.

La visita a una galleria di circa 200 pitture in una scenografia straordinaria non ha colto a pieno lo spirito del futurismo. Altro limite della mostra è stato quello dato dal criterio stesso dell’organizzazione. Un metodo che si rifà a un testo degli anni Sessanta, che appare largamente superato.

Diverso è stato, invece, l’impatto sulla pubblica opinione di analoga manifestazione svoltasi nell’estate del 2008 alla National Gallery di Londra, volta a sottolineare le influenze del simbolismo divisionista sul Futurismo e sul suo percorso di arte politica e sociale nell’Italia della fine del XIX secolo.

Come è stato rappresentato anche da qualche osservatore  transalpino, l’esposizione parigina ha riaperto il dibattito mai spento  sulle radici cubiste e “francesi” di parte rilevante del movimento futurista.

La corrente futurista trova, in realtà, più la sua ragion d’essere dalle esperienze di un Segantini, di un Morbelli, o di un Pellizza di Volpedo, che non nei successivi lavori di Gleizes o di Gris.  Che il Futurismo abbia subito il fascino dell’arte cubista, a partire dal 1912, è un dato di fatto, ma il movimento di Marinetti nasce e si sviluppa indipendentemente da ciò.

Il gesto futurista non conosce, d’altronde, padrini culturali ed esprime una concezione assolutamente originale. Il soffermarsi eccessivamente sulla fortuna futurista in Germania, in Russia, in Francia o altrove, quasi dimenticando la culla italiana, è apparso fuorviante.  E non è adeguato testimone del ruolo dell’ambiente parigino nella nascita del Futurismo.

Pur tra le sue ombre, la mostra di Parigi è riuscita tuttavia a recuperare in qualche modo il significato autentico di una travolgente stagione di illusioni moderniste, ma anche di speranze nel riscatto civile e morale  dell’uomo.

*23.04.2009  

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12. L’AVANGUARDIA RUSSA NELLA COLLEZIONE COSTAKIS

 

Fino al 2 marzo il Museo Maillon di Parigi ha ospitato la più vasta collezione di opere dell’Avanguardia Russa. Sono state presentate, nell’occasione, circa 200 tele, risalenti ai primi tre decenni del XX secolo: influenze simboliste, cubo-futuriste, “suprematiste”, costruttiviste, ritorno alla figurazione e realismo socialista si alternano e si sono intrecciate, secondo un disegno originale.

La raccolta, nel suo complesso, ha compreso 1300 capolavori di una stagione irripetibile dell’arte russa. Acquistata a Mosca negli anni 1950 e 1960 da un collezionista dilettante, ex autista dell’Ambasciata di Grecia nella capitale russa, tali opere costituiscono un patrimonio unico nel suo genere, per l’elevato numero di pittori proibiti, che annovera.

Oggi tale incomparabile tesoro è rispettivamente di proprietà della Galleria Tretyakov di Mosca, a seguito di un accordo intercorso tra lo Stato russo e il collezionista, quando quest’ultimo lasciò Mosca per la Grecia, nel 1977, e del Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Salonicco.

Si tratta di esperienze articolate, che rivelano le mode non solo dell’arte, ma anche culturali della Russia dell’epoca. Malevich, Tatlin e Rodchenko sono alcuni dei protagonisti di quel periodo. Artisti che hanno risentito del vento futurista e del suo rivoluzionario messaggio.

*04.05.2009

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13. ICARO PRIMO FUTURISTA?

Il senso del limite non è sempre concepito come un ostacolo a osare oltre la linea dell’orizzonte visibile e invisibile dell’uomo. Il significato profondo del mito di Icaro è dunque questo. Il volo dell’eroe non si identifica soltanto nel tentativo di levarsi da terra e di iniziare così l’avventura dell’uomo nel cielo e, più recentemente, nel cosmo, con le sonde spaziali e le astronavi pilotate. Il gesto di Icaro è un atto di fede nel futuro.

Icaro è il primo futurista, è il protagonista di un’epoca irripetibile, dinamica e irrefrenabile, che esprime la volontà di travalicare le colonne d’Ercole della conoscenza e dell’esperienza. Icaro supera i confini della mente e dello spirito, aldilà dell’ignoto. Lo slancio creativo dell’animo umano non si smarrisce di fronte al nuovo che avanza. Si tratta di una spinta naturale e spontanea del cuore e della volontà. Nulla nella millenaria vicenda della civiltà è avvenuto, senza audacia e amore del sapere.

L’ardimento apre vie nuove, verso mondi sconosciuti, inesplorati. Il volo è simbolo del viaggio, della speranza contro ogni speranza. Icaro vola con ali futuriste, nel segno del progresso, che incendia le tenebre.  L’ardimento è insito nell’animo dell’uomo, nasce dalla coscienza, si coniuga con la ragione, genera l’ansia insopprimibile che tenda alla consapevole meta della felicità. L’ignoto non è più un limite invalicabile. 

*15.05.2009

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14. WILLIAM BLAKE NEI TEMPI POSTFUTURISTI



Secondo la tradizione è il fantasma del fratello Robert, morto di tubercolosi nel 1787, a suggerire a William Blake (1757-1827) il miglior modo per praticare l’impressione dell’acqua forte in rilievo. William Blake è una vera leggenda. Poeta, pittore, incisore, è considerato uno dei più grandi artisti britannici.

Fin dalle scuole primarie i piccoli inglesi imparano la sua ode Tyger o cantano il suo inno Jerusalem. A William Blake, “Genio visionario del romanticismo inglese” è stata dedicata la mostra allestita da Le Petit Palais di Parigi fino al 28 giugno 2009, la prima in Francia dal 1947. Nell’occasione sono state riunite quasi 150 opere tra disegni, scanalature, libri, acquarelli e alte composizioni.  

Sono stati esposti lavori prestati dai principali musei inglesi e provenienti da collezioni private francesi e americane. Momento di particolare suggestione per pubblico e critica, l’evento ha ripercorso l’esperienza di un artista, la cui fama è stata soprattutto legata alla riproduzione dei versi del “Paradiso Perduto” di John Milton.

Le altre fonti di Blake si sono ritrovate puntualmente nella mostra, dai profili gotici di Westmister ai racconti Geoffrey Chaucer, ai quadri allucinati di Fussli. La riscoperta di William Blake è abbastanza tarda. Dopo il lungo oblio seguito alla sua morte nel 1827, la pubblicazione di una monografia di Alexander Gilchrist nel 1863 getta nuova luce sull’opera di Blake, riproponendone il messaggio rivoluzionario.

Blake è oggi popolare persino tra pop stars come Patti Smith e Jim Morrison. Alcuni dei motivi di Blake sono, del resto, tatuati sulla schiena di Francis Dolarhyde, il killer psicopatico, protagonista del libro “Dragone rosso” di Thomas Harris, autore de “Il silenzio degli agnelli”. Ammiratori, questi ultimi, certamente imbarazzanti per il genio inglese. 

*O4.06.2009

 

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15. LA LINGUISTICA COSMICA DI PAVEL FLORENSKIJ

 

La magia della parola.... Pavel A. Florenskij (1882-1937) compie gli studi a Mosca con il matematico Bugaev. Nella capitale russa conosce il poeta A. Bely, grazie alla cui amicizia si avvicina al movimento simbolista e si apre alla dimensione mistica della parola. Florenskij si rivolge poi agli studi teologici e si trasferisce nei pressi del Monastero della Trinità di San Sergio a Sergiev Posad, dove prosegue il suo itinerario formativo.

In tale località rimane fino al momento dell’arresto e del successivo internamento nei gulag. Tenta di coniugare la visione cristiana ortodossa con il pensiero moderno, scoprendo la profondità e la sacralità del linguaggio. Il valore magico della parola diventa la tesi fondamentale della concezione di Florenskij.


Il riflesso del verbo divino si estende dunque alla parola, attraverso un processo che porta “alla venerazione del nome”. Intorno a questo concetto divampa in seno alla Chiesa Ortodossa una violenta polemica, che suscita la condanna dei monaci del Monte Athos. La riflessione di Florenskij sulla “venerazione del nome” svela il legame decisivo della parola con la realtà e dischiude le prospettive del pensiero verso nuovi orizzonti, quelli del “realismo ontologico”, cavallo di battaglia della filosofia di Florenskij.

Secondo l’Autore l’uomo non possiede da se la parola, ma la riceve in dono. Come i talenti del Vangelo, l’uomo deve lavorare la parola, farla maturare e maturare con essa. Dallo sforzo messo in atto emerge proprio quella magia della parola, che caratterizza il senso autentico della comunicazione dell’uomo.

La modernità di questa interpretazione di Florenskij si concilia con la ricerca del significato dell’essere e del divenire. Una ricerca che porta nel cuore del mistero della dimensione del tempo. In quella“quarta” dimensione che proprio Florenskij riconosce, con anticipo sulla filosofia della scienza contemporanea, come aspetto costitutivo della realtà nel suo complesso. Un momento di raccordo tra il passato e il futuro, attraverso la comprensione del presente.

*14.09.2009

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16. L'ARTE DELLA LUCE DOPO L'ELETTRICITA' FUTURISTA



La luce, come ci insegna Caravaggio, ha sempre qualcosa di sacro e di misterioso. E’uno spettacolo fantastico quello del fascio di luce, che si allarga pian piano, fino ad esprimersi in volute impalpabili, quasi sfuggenti. Ecco, dunque, questa teoria di pulviscolo brillante, che si confonde nel buio fino a manifestarsi con dimensioni coniche nell’ombra.

In questo tentativo di cogliere la luce nel suo immergersi e disperdersi nel buio, Anthony McCall definisce e descrive il potere unico ed assoluto di essa. Un elemento plastico, pluridimensionale, che seduce e rimette in gioco le regole visive e creative. La scorsa primavera all’Hangar della Bicocca a Milano, McCall ha conquistato la scena. Alle illusorie opere plastiche dell’artista inglese, diventato americano, si è concessa un’occasione senza pari.

Le precedenti mostre sono impallidite rispetto all’evento meneghino.  Una scansione di luce nel tempo, alla ricerca meticolosa del chiaroscuro, volta a smaterializzare la materia, fino a farla sparire nel nulla. Un gioco di misure e di altezze che si auto-annulla e annulla l’altro da se.

Questo è stato il messaggio dell’evento. Un’eredità del passato cinematografico di quest’artista singolare, della sua esperienza di grafico, ora riscoperti dalla critica, dopo il successo delle “Serpentine di Londra”. McCall non abbandona la realtà, non cede mai al virtuale. Ogni segmento della sua rappresentazione è solido, corporeo, se pur orientato verso piramidi di nebbia. In tale quadro l’autore apre il suo dialogo con il pubblico, facendo piovere su esso piogge di luce.

*28.08.2009

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17. ARTHASASTRA - UN’OPERA FUTURISTA



Ai tempi del confronto strategico tra USA e URSS si diceva che se Henry Kissinger avesse letto “Il Principe” di Machiavelli, nulla avrebbe potuto contro l’inossidabile Ministro degli Esteri sovietico Andrei Gromiko, se quest’ultimo avesse letto a sua volta l’Arthasastra di Kautilya.

L’opera del politologo indiano del III secolo a.C., descrive, infatti, in termini spregiudicati la sintassi del potere da proporre come modello di governo ai regni indù del periodo successivo all’epoca indogreca, caratterizzata dalla presenza di Alessandro il Grande e dei suoi eredi nel subcontinente indiano.

La lettura sconcerta per la straordinaria analisi dei meccanismi del controllo sociale e della capacità del sovrano di dominare ogni settore della società civile, fin nel profondo delle coscienze. Si tratta di un classico esempio di “dispotismo politico”, secondo la definizione di Wittfoeghel.

Lo stesso sistema di potere di Megastene, il più celebre dei “diadochi”(eredi) del condottiero macedone e monarca del regno ellenistico-indù di Taxila, che si ispira alla tradizionale visione di vertice della dinastia degli Achemenidi persiani, impallidisce di fronte alle sofisticate arti della politica del sovrano idealizzato da Kautilya. Inoltre la stessa scienza economica viene concepita come conoscenza dei fenomeni per creare ricchezza e distribuirla per gestire le masse e impedire sollevazioni popolari.

Spie, saltimbanchi, prostitute, eunuchi, osti, servi, faccendieri, mercanti, mercenari, generali, cancellieri e sacerdoti concorrono nei loro diversi ruoli alla conservazione spietata del potere del re, che, nello spirito di una “machtpolitik” ante litteram, si estende anche fuori dei confini dello Stato. Tutto in sostanza deve essere prevedibile. Gli autori politici indiani antichi per quanto sottili nell’elaborare la teoria del dominio, non arrivano a tanto.

Ma l’aspetto forse più interessante del testo di Kautilya, (cioè la scienza del potere o arthasastra, che fa il paio con la scienza del corpo o kama sutra) è quello dell’illustrazione di geniali strumenti avveniristici utilizzati da strani personaggi che, diversamente dagli uomini d’affari e dai tecnocratici, sono esperti nel guidare mezzi aerei. Il tema, del resto, è tipico della letteratura vedica.

L’esistenza nella antica civiltà indiana di macchine volanti, dotate di tecnologia spaziale superiore, chiamate Vimana, sembra confermata dalle recenti scoperte archeologiche. I “Saubikhas o piloti, che conducono gli aeroplani, che sono in cielo, secondo l’esperto Kautilya,  una classe speciale, che può disporre, nel  generale quadro dei rapporti di forza, di aree portuali.

Anzi per definire tale categoria, Kautilya usa spesso un altro termine, quello di “Akasa Yodhinah”, la cui tradizione è letteralmente (dal sanscrito) “persone addestrate al combattimento aereo”.

Accanto alla tecnologia aerea è nota anche quella relativa a altri “carri aerei” di qualsiasi forma, consacrati dagli editti dello stesso imperatore Asoka. Il Vimana Shastra fa riferimento in dettaglio anche altre macchine volanti.

Non tutti i testi sono arrivati a noi, ma una cosa è certa: gli antichi indiani erano in  possesso, almeno di notizie, delle tecniche di navigazione d’alto bordo (oceaniche) di notevole duttilità e soprattutto di conoscenze di missilistica, astronautiche e di altre strumentazioni di volo, da suscitare grande impressione e sorpresa. Ci sono state tramandati, inoltre, racconti di battaglie, che evocano gli attuali scenari, con il ricorso a missili antimissili e antiaerei.

La realtà supera di gran lunga la fantascienza. Anche il poema epico indiano Mahabharata riprende luoghi e frequenti nella restante letteratura vedica. Il Ramayana narra, poi, di un volo compiuto da dignitari indiani oltre l’Oceano fino alle terre, che si ritiene localizzate nell’odierno Perù.

Nel Rig Veda vengono illustrati veicoli detti Ratha, che, alimentati da tre tipi di combustibili diversi, sfrecciano versi i corpi celesti lontani dal pianeta, come la Luna, il Sole e altri remoti. Kautilya, infine, ci fa conoscere un livello inimmaginabile di progresso delle scienze naturali e della loro applicazione all’agricoltura, sempre finalizzata alla nella determinata ricerca dell’assolutismo politico.

Matematica e numeri indiani giunsero a noi tramite gli arabi, come la geologia, l’astronomia, la chimica, la medicina, la letteratura, l’arte e altre discipline, che sono alla base della nostra civiltà.

L’Arthasastra è dunque un’opera futurista che ci viene incontro dal passato.

*14.10.2009

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18. JULES VERNE GENIO FUTURISTA



Jules Verne scrisse 80 romanzi o lunghi racconti, pubblicò molte opere di volgarizzazione, non ultima l’interessante “Cristoforo Colombo”, oltre a una quindicina di pièces teatrali, frutto di una straordinaria e felice capacità creativa. La sua celebrità si rifà soprattutto alle pubblicazioni del 1863-1865, che ne decretarono il trionfo presso i lettori: Viaggio al Centro della Terra, Cinque Settimane in Pallone, Dalla Terra alla Luna.

Una vena che lo colloca al centro della cultura del XX secolo e lo fa apprezzare per le novità che inseguì con il coraggio dell’ottimismo. In un secolo, che vanta nomi come Balzac, Dickens, Dumas padre, Tolstoi, Dostoevskij, Manzoni, Poe, Flaubert, Stendhal, Eliot, Zola e altri ancora, Verne assume un ruolo apparentemente marginale, quasi solo un prodigioso artigiano in materia di fictions, come un incantatore dal fascino inesauribile e, in una certa misura, come un veggente o un visionario, capace di immaginare più di un secolo in anticipo alcune delle grandi scoperte della scienza del XX secolo.

Su Jules Verne sono state scritte pagine importanti e, in qualche modo, rivelatrici dei sogni di uno spirito che visse aldilà dei confini del suo tempo. Del resto l’atmosfera effervescente di fiducia nell’avvenire della scienza e della tecnica che segnano l’opera di Verne collocano lo scrittore francese tra coloro che con l’intuizione del genio seppero cogliere i segni della civiltà delle macchine e delle conquiste del futuro dell’umanità.

In altri termini le ansie di ricerca e l’amore per le curiosità fanno di lui, a giusta ragione, uno dei padri del futurismo.  Colse il senso del cammino dell’umanità, anche nelle pieghe profonde dell’inconscio e dell’irrazionale, verso gli ampi orizzonti del progresso. Coltivò nello stesso tempo il sogno dell’inevitabile realizzazione di una società evoluta, grazie all’impulso delle conquiste scientifiche.

Lo scrivere, dunque, venne percepito dallo scrittore francese come una missione illuminante. Verne fu certamente il vate di un mondo nuovo, proiettato verso il XX secolo e oltre. Esploratore instancabile del futuro e anticipatore della fantascienza, l’autore previde anche i rischi e i limiti spaventosi della cattiva scienza, frutto dell’idolatria del potere.

Le innumerevoli e successive rivisitazioni dei suoi libri confermano ancora oggi l’attualità della produzione di Verne, la cui fertilità resta un monumento alla fede nel futuro.

*23.01.2010

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19. SPERANZE IN BLU: TRA BALLA, QUENAU E CALVINO

 

Storie inventate, ma ricche di “speranze in blu”. Italo Calvino è stato il traduttore d’eccezione di “Les fleurs bleues” (I fiori blu, 1967) di Raymond Queneu e chiese direttamente all’autore il significato del titolo. Lo scrittore francese si limitò a spiegare il senso in lingua francese di tale espressione: fiore blu è un appellativo simpatico ed affettuoso, nei confronti di persone romantiche e idealiste.

Nell’opera Queneu rappresentò i sogni e le speranze in contrasto con la crudezza del mondo reale. Del resto il blu trovò ampio spazio anche nello stesso Italo Calvino. Una palla grigia, chiamata Terra, è il pianeta di un personaggio de “Le Cosmicomiche” (1965) dello scrittore di Sanremo.

Le giornate del ragazzo sono monotone: è difficile distinguere luoghi, persone e cose, e tutti sembrano attendere un evento straordinario. Arriva l’ora fatidica: un fluido sale dal terreno e la luce diventa accecante. Il ragazzo riesce ad aprire gli occhi e ovviamente il cielo e l’acqua si presentano di colore blu!

E’ nata così l’atmosfera: da quel momento in poi la Terra si chiamerà pianeta azzurro. Magia e speranza in blu che il nostro pianeta ci trasmette quando veniamo al mondo.

*14.09.2010

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20. L'OMBRA FLUORESCENTE PRE-POST FUTURISTA


Senza l’ombra, gli artisti dovrebbero inventarsi qualcosa di simile per dare fascino, mistero e poesia alle loro opere. D’altra parte in un mondo senza sole neppure le ombre esisterebbero. Non ci sarebbero, dunque, contorni sfuggenti e sensuali, né distanze tra gli oggetti e neppure segmenti e forme di storie. Tutto rientrerebbe nella linea dei fumetti “ligne claire”.


Resteremmo orfani dei soffici sfumati di Leonardo o dei selvaggi chiaroscuri di Caravaggio. L’approccio visivo dei pittori e degli autori figurativi sarebbe privo del gioco delle ombre, con l’intrecciarsi delle tenebre con la luce. Le ombre sono imprescindibili elementi narrativi. Colori e tinte degli universi visibili e invisibili sopravvivono immersi in fasce di ombre.


Dall’antichità, se pur con tentativi isolati, l’irruzione dell’ombra nelle opere d’arte si è andata intensificando. Alcune civiltà artistiche hanno cominciato tardi a vestire di ombra i loro lavori. E’così che abbiamo potuto ereditare modelli simili ai moderni immaginari fluorescenti del Tintin di Hergé.


Tra le esperienze più significative di tale rappresentazione del mondo si distingue la fotografia, dove la potenza delle tenebre diventa simbolo politico privilegiato dalla straordinaria valenza. Impensabile è, infatti, cancellare l’ombra incisa nella scena immortalata dalla sapienza di chi la ritrae. Si tratta di una perfezione dall’insostituibile magia.


*24.04.2010

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21. EDGARD ALLAN POE E LA POETICA COSMICA



E.A. Poe, felice narratore americano di storie “gotiche”, piene di mistero e di orrore, ingegnoso creatore di logiche trame scientifico-poliziesche, trattò con eguale abilità i due generi che tenne separati come appartenenti l’uno al dominio della fantasia, l’altro a quello della ragione.

Ma nel 1848, a 40 anni, quasi verso la fine della sua travagliata e breve esistenza, scrisse EUREKA, un saggio di cosmogonia, che sposa invenzione e riflessione in modo appassionato. L’intento era di offrire una costruzione capace di spiegare l’origine dell’universo, la funzione divina, lo scopo finale della vita, di rispondere a tutte le domande e fare dono all’umanità delle risposte.

Speculazione lucida e estro creativo, cultura e ingenuità percorrono un testo permeato di ansia del vero, che talvolta sfiora l’alta poesia, talvolta, incredibilmente, indica possibili soluzioni scientifiche che solo più di un secolo dopo verranno proposte e vagliate alla scienza, inclusa la ricerca della conoscenza dell’inconscio.

*23.12.2010

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22. LA POLITICA FUTURISTA



 

 

 

Il futurismo politico prese le mosse con la Grande Guerra. Il movimento in quei giorni sconvolgenti adottò alla politica lo spirito futurista, fino a poco prima rivolto quasi esclusivamente all’arte e alle sue diverse categorie creative e avveniristiche. “In tre anni di guerra s’è avuto tanti di quegli eroismi da riempir cento volumi…Aboliamo la storia” tuonava Ugo Tommei.

L’Italia doveva diventare il laboratorio della rivoluzione della novità all’insegna della velocità e dell’estetica della reazione al vecchio. Il ribollire delle manifestazioni futuriste era cominciato, a dire il vero, già nel 1910. Dimostrazioni antiaustriache si erano svolte a Milano nel contesto dell’ansia esaltata ed esaltante di rinnovamento del costume civile e culturale.

Ondate di passioni confuse, ma rivoluzionarie sconcertarono i ben penanti. Il Prefetto di Milano ironizzava, nei suoi rapporti al Governo, sulle iniziative di “adolescenti”. Che senso dare, dunque, a tali espressioni di “nemici delle arti, dei musei, delle accademie, degli istituti di cultura, della musica classica, di tutto ciò che essi considerano (troppo) convenzionale?…

”.Essi, senza essere rivoluzionari o repubblicani, amano il rumore e il disordine, odiano la tranquillità e la pace, che chiamano indegne dell’uomo….”  

Eppure sentivano vagamente la necessità di svecchiare, di modernizzare, di cambiare, forse oltre le intenzioni, un Paese ritenuto fermo e incapace di guardare avanti con fiducia e coraggio. Anche il futurismo ebbe le sue ombre. Ma grazie alla sua travolgente e incontrollata invenzione, contribuì alla spinta verso la modernità.

I successi dell’aviazione, “l’arma azzurra”, in fondo, si spiegano ancora oggi con il desiderio di ebbrezza e di trionfo della macchina. Volare era una delle massime futuriste, in anticipo sulle trasvolate atlantiche e poi quelle spaziali del secondo dopoguerra. “Balbo e i trasvolatori italiani (Celeste metallico aeroplano)”, il dipinto di Giacomo Balla del 1931 racchiude in se tutto il messaggio rinnovatore e grandioso della Fenice futurista.   

*12.10.2010

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23. LA GUERRA-FESTA FUTURISTA COME ARCHETIPO



La Lisistrata insieme alle Tesmoforiazuse, rappresentate per la prima volta nell’Atene del 411 a.C., oltre ad esprimere tutto l’estro comico di Aristofane, riflette, nella sua esuberante invenzione fantastica, l’atmosfera politica e sociale dell’epoca.

I sentimenti prevalenti ad Atene, logorata dall’estenuante maratona della guerra del Peloponneso con la rivale Sparta, sono un mix di corruzione, demagogia, conflitti di valori e nostalgia del tempo di pace.

In realtà la Lisistrata rivela straordinaria presa di coscienza della condizione femminile, non solo in chiave letteraria e culturale. Gli attacchi all’arte del “misogino” Euripide, in un susseguirsi di indecenza, solennità, bizzarria, brutalità, tenerezza, riferimenti politici e leggerezza, in vista della proclamazione dello sciopero sessuale delle donne ateniesi per riottenere la pace, si svolgono in un crescendo di gesti intesi a riaffermare la volontà di emancipazione femminile.

Determinante è la figura centrale dell’opera, Lisistrata, impegnata nella ricerca di una pace autentica, non limitata alla semplice assenza di guerra, premessa di una più meditata rivisitazione degli stessi rapporti tra i sessi.

Questa è la lezione del dramma comico e satiresco di Aristofane, il cui epilogo apre l’inesauribile dibattito sulla pace e sulla guerra, ancora in corso.

*04.01.2010

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24. ARTE OGGI: DOPO BOCCIONI, DUCHAMP E CATTELAN

 

 

Il mondo e i suoi mondi, spicchi di universo, separati e legati, intrecciati in intersezioni variegate, al confine di limiti senza limite, estrose realtà tra il fare e il disfare, spazi brillanti, colorate immagini, addirittura festose, vocazioni prometeiche, molteplicità di esperienze senza fine, sogni di onnipotenza, impreviste concordanze di intenzioni, aldilà di ogni premeditazione.

Tutto o quasi tutto nell’imbuto geometrico di infinite singolarità che si perdono e si inseguono, si ritrovano in un universale disordine.

Ecco: oggetti, detriti, derive di memoria, figure sfuggenti, ma anche riconoscibili, all’interno di un percorso rarefatto, privo di senso, dove prevale l’ansia dello smarrirsi, del cancellarsi, un istinto abrasivo, fatto di allusioni, si simboli indefinibili e, proprio per questo, intuibili, metafore indistinte e fonte di continua suggestione.

Ogni ripetizione dissacrante è vana in tale ottica. Regna qui l’azzeramento del significato dell’oggetto, come evoca “le pissoir” di Duchamp, ma anche quello del contesto, rendendo inutile la ricerca di un qualche significato. Oltre ogni innovazione d’avanguardia si assiste al trionfo della creatività, libera e aerea.

Alla ricerca di un irrimediabile disordine pari a quello che ci circonda, senza possibilità di rimedio, autentico, seducente progetto di fuga.

 *10.01.2011

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25. ELETTRICHE POSTPOESIE : TRA CORRADO GOVONI E VULA


Ci sono vite di cui crediamo di sapere tutto. E ci sono vite di cui non sappiamo nulla o poco. Ci sono le immagini salvate dall’oblio che riprendono migliaia di vite anonime. Immagini che vale la pena salvare. Claudio Ughetti, più noto come “Vula”, giovane e già affermato poeta intemelio, svela le icone preziose della sua arte, la poesia, attraverso inediti ritratti di sensazioni ed emozioni provate nel tempo.


Fotografie in versi, dimenticate in archivi sconosciuti, che emergono ora in una nuova raccolta dal titolo suggestivo, “Pennellate e Agguati”, pubblicato allo spirare del 2010 dalle Edizioni Vitale della città di frontiera. Gocce di poesia che l’autore ci propone con la sua consueta capacità di decifrare e descrivere le profondità del cuore.


Disinvolto nell’utilizzo della parola e, proprio per questo, efficace, fresco e leggero, il poeta giunge al suo terzo incontro con i lettori e la critica con un canovaccio di frammenti ricchi dell’abituale eleganza di stile e di sensibilità.


La poesia per “Vula” è prima di tutto suono, che testo e richiama l’attenzione su una coreografia articolata, a tratti compiaciuta, encomiabile nella ricerca di una costante irruenza caravaggesca, ricca di una pulsione di vita irresistibilmente attratta dal disincanto e dal mistero al tempo stesso, pervasa da un languore malinconico e pensoso, sciolto in un andirivieni di luci cangianti.


La presente raccolta ha ancora un appuntamento. La prossima si annuncia come un’autentica sorpresa di significati e di riscoperte di un’intimità ancora inespressa.


*11.01.2011

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26. IL FUTURISMO DI EMILIO SALGARI



Il Futurismo ovvero una visione dinamica della storia e della civiltà. Come tale si pone ancor oggi il messaggio di Marinetti, che ritrova sempre di più con il trascorrere del tempo il suo spirito e la sua interpretazione più autentica.

E tutto ciò attraverso la sua capacità di rileggere e di far rileggere gli eventi contemporanei e futuri nell’ottica di un’ottimistica visione della conoscenza e della scoperta del nuovo. Uno sforzo ancora incompiuto (e, per certi versi, ancora incompreso) di aprire orizzonti più ampi all’innato desiderio di avventura, di progresso e di conquista dell’uomo.

Ma anche un tentativo di emancipare le coscienze e le intelligenze, al fine di sottrarle alle quotidiane disperazioni dell’esistere. Grazie alla scienza e al suo potere di redenzione, e grazie, soprattutto, al genio dell’immaginazione di straordinari profeti dell’avvenire.

Tra questi anticipatori della nuova umanità si distingue Emilio Salgari, figura originale e ancora in gran parte inesplorata del panorama letterario italiano, e di cui ricorre quest’anno il centenario della scomparsa.

Avvicinato a Jules Verne, per la fertilità delle sue intuizioni fantastiche e fanta-scientifiche, Salgari assegnò con largo anticipo ai protagonisti dei suoi romanzi un ruolo già segnato dalla sensibilità globale maturata dopo i due conflitti mondiali del XX secolo. Una concezione moderna che rivela un Salgari, non solo ispirato dalle suggestioni della modernità, ma anche animato contemporaneamente da un eroismo romantico, vitalistico e trasgressivo.

Definire, tuttavia, Salgari uno scrittore dell’esotico sarebbe non fargli giustizia, precipitandolo in facili e fin troppo abusati stereotipi interpretativi della sua opera. L’esotismo di Salgari ci propone, invece, recuperandola come protagonista, la centralità geopolitica di quei mondi che appartenevano, all’epoca, all’universo dei Grandi Imperia Coloniali. E di cui annuncia la dissoluzione.

Emilio Salgari è inoltre pervaso da ansie futuriste e avveniristiche. Tracce significative, se pur parziali, di tale atteggiamento, forse inconsapevole, si individuano in un romanzo come “Le meraviglie del duemila” (1903) di non stretta imitazione “verniana”, ma ricco di spunti preveggenti sul crescente affermarsi (ma anche dei rischi e dei limiti) delle tecnologie del progresso e delle macchine, in particolare volanti, in una prospettiva di massa che coniuga la soluzione dei problemi pratici con l’adozione di scelte socioeconomiche di grande respiro.

*13.01.2011

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27. L'AUTOMOBILE DA CORSA - MONTECARLO E IL SUO RALLY

Fascino e mito dello sport a quattro ruote, una delle leggende, anzi, insieme a Sanremo, la leggenda per eccellenza del Rally. Questo è il “Montecarlo”, memoria ed immagine della straordinaria epopea della  Riviera dei Fiori e della Costa Azzurra, che ha segnato e creato la favola unica ed irripetibile di questo angolo di mondo.

Il “Montecarlo” riaccende i suoi elettrizzanti motori, rinnova la sfida tra i suoi grandi protagonisti, tra i bolidi e i piloti di una delle più entusiasmanti corse su strada. Percorsi e magie dal sapore antico nella sempre nuova, avveniristica scenografia di uno spettacolo che continua ad attrarre schiere di appassionati e di addetti ai lavori.

Se pur sganciati dalle competizioni iridate, ma inseriti in circuiti non meno prestigiosi, come quelli dell’Irc 2011, il “Montecarlo” e il “Sanremo”, comprese le loro rispettive e gloriose versioni storiche, conservano tutto il loro splendore originario, per la suggestive cornici di pubblico e di ambienti in cui si svolgono.

Se non è più considerata uno “status symbol” nella Vecchia Europa, l’automobile rappresenta ancora nei Paesi emergenti un sogno da inseguire. L’interesse intorno ai rally, tuttavia, non viene meno, nonostante l’affermarsi di altre formule, dalla Gran Turismo alla Formula Uno.

L’atmosfera dei rally, del resto, forse più del globale richiamo delle gesta della classe regina dei motori, riesce a pieno a far vivere e a trasmettere tutto il suo fantastico e inesauribile“appeal”.

*19.01.2011

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28. MANAGER D'ARTE? DA MARINETTI A AIME' MAEGHT



Aimé Maeght (1906-1981) fu una figura chiave della scena artistica del secolo scorso. Incisore, litografo, mercante d’arte, editore, produttore di film e direttore di due celebri e innovative fondazioni che portano il suo nome, aperte a Parigi e a Saint Paul de Vence, alle porte di Nizza. Maeght frequentò artisti come Matisse, Kandinskj, Léger, Braque, Chagall, Adami, Bonnard, Rebeyrolle, Mirò, Calder e Giacometti, recependone e trasmettendone il messaggio creativo.

In particolare tra i colori e i profumi della Costa Azzurra, a Saint Paul de Vence, dove era solito trascorrere molti dei suoi giorni, Maeght innalzò un autentico tempio dedicato alla creazione e alla suggestione artistica. Per chi avesse la possibilità, come chi scrive, di trascorrere un po’ del suo tempo, nella vicina Regione francese delle Alpi Marittime, non mancherebbe di provare sensazioni davvero irripetibili di fronte a un tale monumento dell’arte del XX secolo.

Un punto di riferimento che esercita il suo fascino. La fondazione Marguerite e Aimé Maeght di Saint Paul de Vence ha finito per raccogliere e quindi per continuare a proporre il meglio di ciò che ferveva in quel periodo.

Maeght, infatti, contribuì a stimolare e a dar vita a una nuova stagione di maestri anche affermati, incoraggiandoli a utilizzare linguaggi diversi e, contemporaneamente, fu attento osservatore delle generazioni più giovani ed emergenti. Di particolare interesse per il pubblico e per la critica è stata in proposito la mostra dedicata all’uomo di cultura transalpino dalla città di Ferrara nel corso del 2010.

L’evento, dal titolo “Da Bracque a Kandinskj a Chagall. Aimé Maeght e i suoi artisti”, è stato il primo in Italia e ha ripercorso gli itinerari di Maeght, attraverso i momenti salienti che hanno segnato la vita del maestro.

A cura di Tomàs e Boye Llorens, la mostra è stata anche l’occasione per studiare un aspetto rilevante e poco conosciuto: il rapporto tra i mercati d’arte e i galleristi. Marguerite e Aimé Maeght furono, al riguardo, i più importanti galleristi del secondo dopoguerra. La rassegna – oltre cento opere tra dipinti, sculture, disegni, incisioni, volumi delle Edizioni Maeght – è stata divisa in sezioni tematiche.

Il tema della prima è stato dedicato all’amicizia e alla stima che legavano Aimé alla moglie Marguerite, donna di grande sensibilità, oltre che allo straordinario rapporto che univa i due consorti al mondo degli artisti.

A testimonianza di ciò, sono stati esposti i ritratti di Marguerite, realizzati da Matisse e da Giacometti. Un’altra sezione della mostra è stata dedicata all’esposizione “Le Surréalisme en 1947”, organizzata da André Breton e da Marcel Duchamp. Sono stati proposti alla riflessione, nella circostanza, il catalogo e la tela “Superstizione e Serpente di Mirò”, motivi arcaizzanti dipinti su una lunga striscia di tessuto.

Fu in quell’occasione che Aimè Maeght avviò la sua collaborazione con Giacometti, autore dei magnifici bronzi riuniti appunto nella quarta sezione della manifestazione estense.

*03.02.2011

 

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29. IL SIGNIFICATO DEL FUTURISMO


Negli anni successivi alla pubblicazione del Manifesto di Marinetti nel 1909, altri manifesti futuristi vennero pubblicati, creando un grande movimento avanguardista da Londra a San Pietroburgo, che andava estendendo il suo messaggio originale dall’arte ad altri aspetti della società, della vita individuale e collettiva.


Insieme ai manifesti, alle mostre d’arte e alla circolazione di opuscoli, riviste e libri inneggianti al nuovo stile, esplodeva il culto della modernità. Una fede che fece irruzione nell’epoca in cui già la modernità stava trionfando con l’esaltazione del ruolo delle macchine e della velocità, della scienza e delle nuove frontiere della conoscenza.


Un’atmosfera che verrà resa ancor più effervescente dagli eventi della Prima Guerra Mondiale, con la sua carica indistinta di morte e di rinnovati slanci ideali. Il mito della rivoluzione in seguito aprì la stagione del Novecento e anche dei suoi demoni.


Non a caso Giovanni Papini così tuonava in termini esplosivi e trasgressivi: ”Tutta la vita del nostro tempo è un’organizzazione di massacri necessari…carne da cannone, carne da macchina!”. L’uomo nuovo vagheggiato dal Futurismo era una creatura in perpetuo conflitto con se stessa, se pur animata dall’istinto di dominio, oltre che volta alla ricerca di nuovi orizzonti d’arte e di scienza.


Tuttavia, ad un’analisi meno superficiale, la corrente futurista fu meno ingenua e rozza di quanto pensi. La volontà di conoscere e di crescere non fu del tutto disgiunta dal valorizzare in modo diverso il patrimonio delle precedenti conquiste dell’umanità. Anzi, il messaggio futurista puntava proprio a rileggere la profonda eredità del passato, alla luce dei tempi nuovi.


Tutto questo, in definitiva, fu il Futurismo: questo il vero significato di quella stagione e dei suoi protagonisti.

 

*03.02.2011



*nota di Roberto Guerra


Il Futurismo magico di Pierluigi Casalino

 

L'Uomo Futurista e il Sogno del Futuro è il nuovo saggio di Pierlugi Casalino, scrittore eclettico ligure, dedicato alla più importante avanguardia italiana. Brevi e brillanti pennellate in libertà e a zig zag, sui diversi temi esplorati da Marinetti e compagni, riletti alla luce del centenario del 2009. Schizzi rapidi, molto scorrevoli e di particolare persuasione letteraria, fortemente comunicativi e con una peculiare attenzione psicologica che disvela il profondo e non solo dirompente neoumanesimo tecnologico, tutt'oggi pertinente ed attuale del movimento futurista.
In tal solco, Casalino amplifica ed espande le nuove revisioni in atto dal secondo novecento sul futurismo, appunto evidenziandone- sulla scia degli stessi De Maria, Benedetto, Grisi, Pinottini e altri. A volte si parlava (e parla) di certo realismo magico. Nel saggio in questione pertinente è forse discorrere anche di futurismo magico. Nell'eco - forse o magari - di un bestseller stesso quale Il Mattino dei Maghi di Pauwels e Bergier, depurato di certo neo-occultismo, riassaporato nel suo quid letterario e futuribile, Casalino rilancia infatti anche certo futuro anteriore o trasversale in certa protoavanguardia letteraria (Poe e Blake, lo stesso Verne e – a sopresa forse Salgari...), oppure figure semi-leggendarie moderne quali Pavlev
Florenskij.

Ma persino certo... paleofuturibile anche come mito o archetipo, a parte ..Icaro e il volo, da Averroe o Kautilya, segnalando peraltro insospettabili influssi arabo-mediterranei del futurismo, peraltro recentemente anche esplorati da taluni ricercatori (il neosurrealista francese Marc Kober ad esempio o lo stesso tecnomusicista Massimo Croce -e altri perinso acacdemici), in controluce attendibilissimi, in quanto se il Futurismo è essenzialmente italiano, pur battezzato infatti in Francia con il rivoluzionario Manifesto lanciato da Marinetti su Le Figaro di Parigi, il fondatore stesso nacque (e visse la sua infanzia) ad Alessandria d'Egitto...

Infine Casalino sottolinea certe scansioni contemporanee, estetiche e laterali, da Marinetti, Boccioni, Balla e Govoni a figure celebri del novecento stesso o contemporanee, note o finanche emergenti, piacevolmente alieno da obsoleti principi di precauzione critico-accademiche...